Quarant’anni fa Aldo Moro andava all’appuntamento con il destino, proprio mentre La Repubblica riportava le accuse di corruzione del teste italoamericano Luca Dainelli che lo indicava come terminale italiano delle tangenti Lockheed. Il famoso “divoratore di antilopi”, Antelope Cobbler.

Ma oggi, in questa orgia di retorica in cui si è trasformato il quarantennale dal ritrovamento del cadavere dello statista, a nessuno fa comodo rammentare cosa è successo davvero in quei giorni. E tutto l’anno di piombo che li precedette. Quando la Dc doveva essere processata nelle piazze comuniste. Cosa cui proprio Moro nel suo ultimo discorso alla Camera del 9 marzo 1977 (leggi qui) si oppose, sia pure invano.

Il 16 marzo 1978, in compenso, alle sette e trenta Aldo Moro si stava preparando per quella che non sapeva ancora sarebbe stata la sua ultima giornata da uomo libero. Come ogni mattina, doveva andare a messa e poi recarsi in Parlamento dove si stava varando il suo governo. Quello che poi sarebbe invece diventato il governo di unità nazionale presieduto dal suo ultranemico Giulio Andreotti.

Tra i tanti segnali inquietanti che avevano accompagnato il varo del primo governo con i comunisti dentro – che all’epoca erano considerati peggio dei grillini oggi – c’era stata la campagna di stampa sulle tangenti per la fornitura degli aerei C130 della Lockheed all’Italia.

Fornitura accompagnata da tangenti. Per le quali vennero condannati due ministri: il democristiano Luigi Gui e il socialdemocratico Mario Tanassi. Entrambi processati davanti alla Corte costituzionale in veste di Corte di Giustizia allargata ad altri 15 membri.

Cosa mai più ripetuta nella storia, visto che il processo durò a lungo paralizzando anche per gli anni a seguire le pratiche ordinarie della stessa corte. Anzi, proprio per questo nacque il tribunale per i reati dei ministri.

Ebbene “La Repubblica” quel giorno, quel maledetto 16 marzo che cambiò la storia d’Italia, nella propria prima edizione – non in quella  straordinaria di poche ore dopo – pubblicava la notizia dell’interrogatorio in America di Luca Dainelli, un ex diplomatico vissuto a lungo negli Stati Uniti, che accusava Moro di essere il terminale delle tangenti Lockheed in Italia.
Anche se la locuzione “Antelope Cobbler”, divoratore di antilopi, fece a lungo pensare a Giovanni Leone, che all’epoca era il Capo dello Stato.

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Poche ore dopo la strage di via Fani “La Repubblica” uscì con un’edizione straordinaria che parlava di quello che era successo intorno alle 9 davanti al bar Olivetti in via Fani. E quell’articolo che prendeva tutta la prima pagina dell’edizione ordinaria scomparve come per incanto.

Moro andò incontro al calvario ben conscio di come i giornali lo stessero trattando. “La Repubblica” fu poi anche il quotidiano che sulla linea della fermezza costruì le proprie – allora ancora incerte – fortune editoriali. Assecondando e incoraggiando la spietatezza sul “no” alla trattativa per salvare la vita di Moro dalle Brigate Rosse, che era stata fatta propria dal Pci di Enrico Berlinguer.

Della cosa se ne sono ricordati in due: Valter Vecellio, nella propria rubrica del mercoledì mattina su Radio radicale, e Giovanni Terzi nel proprio blog – il “Terzincomodo” –  sul sito de “il Giornale” (leggi qui). Per tutti gli altri, come al solito, la memoria è stata selettiva.

Affidata ai concorsi a premi per gli studenti liceali e delle medie i cui rassicuranti temini vengono poi letti ogni 9 maggio al Quirinale per commemorare le vittime del terrorismo.

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