Che la politica sia l’arte del possibile, come amava dire Von Bismark, era ormai un dato acquisito in Italia dimostrato soprattutto dai balletti dei partiti che dicono una cosa se sono al governo e smentiscono la stessa se invece sono all’opposizione.

Così sta avvenendo nel Partito Democratico che, fino a che è stato al governo, rifiutava di parlare di salari ritenendo che questo argomento fosse appannaggio esclusivo della contrattazione tra le parti sociali non disdegnando, però, di allargare la platea degli utilizzatori dei voucher a tutti i settori produttivi aumentando così il numero dei precari nell’industria e nel commercio.

I voucher erano nati per fronteggiare il lavoro nero soprattutto in determinate categorie come gli stagionali in agricoltura e turismo, nel lavoro domestico domiciliare ma il governo presieduto dal segretario del PD, Matteo Renzi, permise il suo utilizzo anche all’interno dell’industria e del commercio con il risultato di rendere ancora più precario il lavoro in quei settori senza che il partito di cui Renzi era segretario muovesse un dito a difesa della dignità dei lavoratori che venivano fatti passare per occasionali mentre non erano altro che stabilmente sfruttati con i voucher.

Oggi, che il PD è stato relegato all’opposizione dal voto popolare del 4 marzo, abbiamo un partito, invece, che ritiene di dover parlare di salario minimo legale fissando anche il limite minimo di nove euro l’ora sotto il quale non si può scendere ma sopra il quale, attraverso la contrattazione, si può andare. A questo punto il Partito Democratico entra pesantemente nel campo di gioco delle parti sociali fuori del quale si era posto come difensore, fino a ieri, rigettando gli attacchi di quei “reazionari” che a gran voce reclamavano da varie parti una revisione dei salari in linea con il costo della vita che andava ogni giorno aumentando grazie all’aumento dei prezzi e delle tariffe.

Anche dal punto di vista sindacale la precarizzazione dei lavoratori, soprattutto giovani, non ha trovato una forte opposizione, se non con alcuni proclami di facciata che non facevano paura a nessuno della sinistra allora imperante. Oggi, invece, che il PD, in risposta allo smantellamento del Renziano jobs act con un pur timido e rivedibile “decreto dignità” presentato dal governo, propone un disegno di legge “socialmente valido”, la Cgil, per bocca della sua segretaria generale Susanna Camusso, manda a dire che la proposta del PD è scritta contro i sindacati che di fronte ad un salario minimo garantito perderebbero la loro forza contrattuale.

Insomma una diatriba tutta interna alla sinistra ma che pecca di una evidente incoerenza sia da parte della Cgil sia da parte del PD per i motivi sopra esposti. Ora, con tutte le riserve che possiamo avere nei confronti del Partito Democratico, non capiamo la posizione della Cgil che non tiene conto che uno dei suoi partiti di riferimento, sicuramente il maggiore, parla di “reddito minimo legale” per tutti i lavoratori che non hanno un contratto collettivo di riferimento e che, secondo il segretario del PD Martina, sia utile per sperimentare un salario che possa aiutare il sistema ad aumentare il livello dei salari”.

Detto così, come lo hanno presentato in conferenza stampa i dirigenti del PD, questo decreto potrebbe servire anche alle organizzazioni sindacali per adeguare i livelli retributivi di molti contratti collettivi che hanno livelli retributivi ben inferiori ai nove euro l’ora, visto che lo stipendio medio di un lavoratore dipendente, nella maggioranza dei casi varia fra i 1000 e i 1200 euro mensili ovvero tra i 6,40 euro e i 7,70 euro orarie.

Non si capisce di cosa si lamenti la Camusso se non per il fatto che questa proposta potrebbe avere un ampio consenso in Parlamento anche se osteggiata da alcune parti datoriali che evidentemente, come la Camusso, dimenticano che l’articolo 36 della nostra Costituzione così recita: “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Nonostante questo principio Costituzionale le statistiche ci dicono che il 48,3% delle famiglie italiane non riesce ad arrivare alla fine del mese e il 44,9% per arrivarvi sono costrette a utilizzare i propri risparmi, così solo una famiglia su quattro riesce a risparmiare. Davanti a questi dati pensiamo che la Cgil, che speriamo sia il solo sindacato a pensarla così, debba rivedere le sue posizioni sui 9 euro di salario minimo garantito altrimenti non farebbe altro che aggiungere uno zero ai nove euro che diventerebbe 90 che nella cabala napoletana, è noto, rappresenta la paura (di perdere quel poco potere che ancora gli è rimasto).

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Massimo Visconti
Si occupa da sempre di sindacato dove, fino al 2000, ha ricoperto cariche confederali. In tale veste è stato accreditato, in qualità di esperto in relazioni sindacali, presso la Comunità Europea, ha fatto parte di vari Consigli di Amministrazione di società pubbliche ed è stato Presidente del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Ha ricoperto l’incarico di consulente del Presidente della Regione Lazio per i problemi del lavoro e della formazione. È stato fondatore e direttore della rivista “Profili Sindacali”, ha scritto articoli su vari quotidiani come Il Secolo d’Italia, Il Giornale d’Italia e ha collaborato con L’Ultima Ribattuta.

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