Caro direttore,

Ieri ho dovuto ricoverare mia madre (95 anni) al Policlinico Gemelli e voglio raccontarle questa esperienza allucinante durata otto ore e un quarto.

Alle 14, mi hanno chiamata da un’altra struttura sanitaria, avvertendomi che in seguito al risultato delle analisi, mia madre, lì in cura riabilitativa in seguito ad una grave frattura, aveva avuto una recidiva di una grave infezione intestinale contagiosa e doveva quindi essere urgentemente ricoverata al Gemelli.

Trasferita in ambulanza con tutta la documentazione medica e le relative analisi, è arrivata al Pronto Soccorso del nosocomio alle 15 dove, in base al codice assegnatole, è stata trasportata nella “sala Gialla” inaccessibile ai parenti. Qui è iniziata l’attesa per la visita preliminare che si è conclusa alle 23,15. Ben otto ore e un quarto più tardi.

Ho trascorso queste ore in sala di attesa, senza poter prestare assistenza a mia madre, cercando di conquistare uno dei posti  a sedere assolutamente insufficienti per il numero di utenti. Impossibile, tra l’altro, utilizzare i bagni inagibili già dalle prime ore del pomeriggio. Verso le 19 l’altoparlante ha iniziato ad annunciare tempi di attesa di 6/8 ore per i meno gravi codici verdi.

Alle mie ripetute richieste di informazioni rispetto alla visita di mia madre in codice giallo ricevevo risposte evasive e contraddittorie dal personale del triage palesemente stressato dal super lavoro.

Solo quando finalmente, arrivato l’annuncio del nostro turno, sono stata autorizzata a varcare la soglia blindata  ho potuto constatare che durante tutte queste ore  mia madre era rimasta priva di qualsiasi idratazione, tormentata dall’arsura, nell’impossibilità di bere da sola e senza flebo. Peraltro la “visita” si è risolta nella semplice conferma di quanto già ampiamente documentato dalla richiesta di ricovero senza bisogno di ulteriori accertamenti.

Comunque finalmente presa in considerazione mia madre veniva cambiata, messa in flebo e posteggiata lì ancora per molte ore in attesa della disponibilità di un posto letto…

Tutto questo proprio nella giornata in cui sulle pagine del Messaggero letto durante l’interminabile attesa veniva pubblicizzata  con grande risalto l’iniziativa di Tennis end Friends organizzata dal Gemelli e sponsorizzato da VIP del calibro di Bonolis e della De Filippi per promuovere la prevenzione.

Ben venga la prevenzione ma forse sarebbe necessario accendere i riflettori proprio sulle condizioni di grave disagio a cui sono costretti oggi  anche in una struttura considerata all’avanguardia come il Policlinico Gemelli, coloro che purtroppo si sono già ammalati!

E magari provare a recuperare l’immagine dell'”Ospedale del Papa”, di quel Policlinico Gemelli che salvò la vita di Giovanni Paolo II  e fece il giro del mondo per la sua eccellenza…

Cordiali saluti

Lettera firmata

1 commento

  1. Sono d’accordo con lei,anch’io ho vissuto la stessa cosa con mio padre novantenne a febbraio di quest’anno. Non solo frequento il Gemelli e molto spesso da 26 anni per un familiare e purtroppo ho visto l’inesorabile passaggio dall’eccellenza alla decadenza per noi comuni mortali.Reparti fiore all’occhiello accorpati a discapito dei pazienti ” uno di questi è quello che cura il mio familiare ” il tutto per creare posti letto per prof. Baroni e aggiungo io massoni a cui servono numeri. Sono stato di recente all’ URP pregandoli di venire a vedere con i propri occhi la situazione,non è servito a nulla anzi. Ormai per me il Gemelli diventerà una grande clinica privata per vip e ” politici” pagato anche da noi che ne raccoglieremo le briciole. Proprio per questo a mio malincuore in futuro dobbiamo trasferirci al san Raffaele di Milano per il proseguo delle cure. D.D.

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