Potrebbero farlo primo presidente onorario della Corte di Cassazione. O almeno cavaliere della Repubblica. Giuseppe Fioroni, già tra i fondatori della Margherita oggi nel Pd renziano, passerà alla storia come l’uomo che tutto ha scoperto e svelato sul caso Moro. Tutti i misteri, tutti i retroscena, tutti i dubbi. E tutti i depistaggi.

Dalla latitanza di Alessio Casimirri in Nicaragua (compresa l’apertura del ristorante “Magica Roma”) al covo di via Montalcini, passando per il bar Olivetti misteriosamente chiuso (era fallito) il giorno dell’agguato di via Fani, alla presenza in loco di una moto con due individui che davano ordini in tedesco, al rullino sparito di chi aveva fotografato tutto dal quinto piano quel 16 marzo. Senza dimenticare via Gradoli e dintorni.

Un elenco infinito di pappardelle riciclate già esaminate da decine di magistrati fin dai primi mesi dell’estate del 1978. Compresa l’asserita presenza di un esponente della ‘ndrangheta in loco.

Ma Fioroni è uno tosto, laddove non erano riusciti personaggi come Libero Gualtieri o Giovanni Pellegrino lui ha fatto trionfare la verità.

Ha persino messo in evidenza che il colonnello Stefano Giovannone copriva i terroristi dell’Olp che agivano in Italia e i complici nell’Autonomia che ne trasportavano le armi per via del lodo Moro. Lodo che a colui che gli diede il nome poco servì.

In un paese che naufraga dietro i salvataggi delle proprie banche, dove il più pulito “ci ha la rogna” e dove non funziona quasi più un beneamato di niente, l’Italia ha in Giuseppe Fioroni un nuovo eroe senza macchia e senza paura. E con scarso senso del ridicolo.

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Inviata (e infiltrata) speciale nelle situazioni più “scottanti”. Le sue inchieste ruotano principalmente intorno alla Rai e compagnia (poco) bella.

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