Pubblichiamo l’intervento di Pierluigi Franz, presidente del Sindacato Cronisti Romani, sulla decisione del governo Conte (M5S-Pd-Italia viva e LEU) di mantenere le condanne a pena detentiva per i giornalisti ritenuti colpevoli di diffamazione.

Sì al carcere per i giornalisti condannati in via definitiva per diffamazione aggravata a mezzo stampa. E’ questo il messaggio forte e chiaro lanciato dal premier Giuseppe Conte. Infatti la Presidenza del Consiglio si è formalmente costituita davanti alla Corte Costituzionale e per di più con l’insolita assistenza di due avvocati dello Stato (fatto abbastanza raro che avviene soprattutto per le grandi occasioni), chiedendo che vengano respinte tutte le eccezioni sollevate un anno fa dai tribunali di Salerno e di Bari che ritenevano illegittima la detenzione per il reato di diffamazione, prevista sia dall’art. 595 del codice penale, sia dalla legge sulla stampa (la n. 47 del 1948), figlia del codice Rocco, perché incompatibile con la libertà di espressione dei giornalisti garantita dagli articoli 3, 21, 25, 27 e 117 della Costituzione in relazione all’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La detenzione, secondo queste norme, potrebbe essere giustificata solo in casi del tutto eccezionali, cioè quando siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, discorsi di odio o di istigazione alla violenza, come affermato più volte dalla Cedu, o qualora il giornalista dia una notizia diffamatoria e non rispondente al vero, ma nella piena consapevolezza della sua falsità, come affermato dalla Cassazione. Insomma, tranne questi casi assolutamente circoscritti, i giudici italiani, in caso di condanna di un giornalista per diffamazione a mezzo stampa, non dovrebbero più infliggere più il carcere, ma eventualmente solo multe, in quanto la reclusione in cella appare incompatibile con il diritto di cronaca e rappresenta un limite sostanziale alla libertà di informazione e quindi al sistema democratico del nostro Paese.

 Invece il Governo ha fatto due scelte molto chiare. La prima formale: la decisione di costituirsi in giudizio davanti alla Corte Costituzionale. Non è un obbligo la costituzione in giudizio, è una facoltà. In molti casi negli ultimi anni l’Avvocatura dello Stato non si è costituita ritenendo fondate le eccezioni sollevate dalla magistratura. La seconda sostanziale: secondo la memoria presentata dal nostro Governo l’attuale disciplina normativa imperniata sulla diffamazione e sulla previsione “ordinaria” del carcere sarebbe pienamente rispettosa della norma Cedu.

Il Governo avrebbe forse voluto ora approfittare dell’occasione offertagli dalla sospensione delle udienze aperte al pubblico alla Corte Costituzionale per effetto delle norme di legge di contrasto alla pandemia da coronavirus Covid 19 e limitarsi, invece, alle memorie scritte senza più ripresa tv del dibattito. Questa soluzione alla quale l’Avvocatura dello Stato aveva prontamente aderito é stata accettata anche dal Sugc (Sindacato Unitario Giornalisti Campania) che aveva seguito la vicenda giudiziaria in tribunale e che si è costituito anch’esso alla Consulta, ma é naufragata per la ferma opposizione dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti che ha, invece, insistito per la discussione in udienza pubblica, intendendo rispettare l’originario calendario delle sedute. Pertanto l’udienza pubblica di martedì prossimo 21 aprile, che si sarebbe aperta con l’illustrazione dell’importante e delicata questione giuridica da parte del giudice relatore professor Francesco Viganò, sarà rinviata a nuovo ruolo di qualche mese. Stessa sorte dovrebbe avere – per implicita connessione per materia – l’analoga ordinanza del tribunale di Bari per la quale, in mancanza di costituzione in giudizio delle parti in causa, era stata fissata davanti all’Alta Corte l’udienza in camera di consiglio di mercoledì prossimo 22 aprile.

Bene ha fatto quindi l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, che due mesi fa era stato ammesso a costituirsi in giudizio davanti alla Consulta, ad optare per questa scelta anche per evitare che si prendesse una storica decisione quasi sotto silenzio, senza filmati e ad insaputa dell’opinione pubblica. Stupisce, però, che a distanza di quasi 143 anni dal duello che si svolse a Roma la sera del 18 maggio 1877 tra un deputato della sinistra e un giornalista del quotidiano “Il Fanfulla” (da tempo non più in edicola) per un articolo ritenuto diffamatorio, duello che per fortuna si concluse in modo incruento con la vittoria dell’onorevole, ma da cui nacque il Sindacato dei giornalisti, non si sia ancora trovata la soluzione al problema della possibile pena del carcere per il giornalista condannato in via definitiva per diffamazione aggravata a mezzo stampa. E ciò nonostante si siano registrati da più di 40 anni fiumi d’inchiostro, decine e decine di iniziative parlamentari tutte insabbiate e promesse da marinaio da parte dei politici senza mai venire a capo di nulla.

Ci si augura quindi che questa tormentata vicenda abbia finalmente fine in breve tempo e nel modo migliore e più equo possibile, come è già avvenuto con la depenalizzazione del reato di ingiuria, previsto dall’art. 594 del codice penale, decisa nel 2016 dal Parlamento. Il buon senso deve prevalere.

Pierluigi Franz, presidente Sindacato Cronisti Romani

1 commento

  1. E’ vero a mio avviso che la pena della reclusione sia un pericolo sproporzionato per i giornalisti: specie se si pensa che i criteri che distinguono diffamazione da diritto di cronaca sono spesso sottili e suscettibili di interpretazione soggettiva. Come mostrano anche siti specializzati (tipo https://www.diffamazioni.it/) se il criterio della verità del fatto raccontato è (abbastanza) oggettivo, la sua rilevanza sociale e la continenza nel linguaggio (gli altri due requisiti del diritto di cronaca) hanno contorni molto più sfumati.

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