Un imprenditore nel Sud Italia oggi come oggi ha due nemici mortali: il primo, ovviamente, è la criminalità organizzata, le mafie tradizionali (camorra, ‘ndrangheta, Sacra corona unita, Cosa nostra…). Ma il secondo, purtroppo, e molto meno ovviamente, è l’antimafia delle burocrazie prefettizie, cioè quella parte della amministrazione statale che fa dei certificati e delle famigerate interdittive antimafia il pilastro su cui costruire la propria ragion d’essere.

Una ragion d’essere gestita in maniera vagamente sacerdotale, con scarsa trasparenza, a cominciare dai dati aggregati mai disponibili nella banca dati delle stesse prefetture, ma parzialmente desumibili solamente dalle relazioni della divisione investigativa antimafia.
Molto parzialmente e a partire dal secondo semestre 2017. Dati che però, a sentire i diretti interessati, cioè gli “interdetti”, sarebbero in ogni caso approssimati per difetto. Perché in realtà si parla di centinaia di provvedimenti ai danni di imprese in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

Con ricadute occupazionali di migliaia di posti di lavoro persi e con incalcolabili e gravissime conseguenze sociali. I dati registrati dalla Dia sono gli stessi che coincidono con inchieste penali svolte dall’organo di polizia giudiziaria. Gli altri, che sono tantissimi, nessuno a livello istituzionale li registra.

E proprio questi “altri” provvedimenti sono quelli che creano i problemi più spinosi: basta avere preso il caffè con la persona sbagliata, avere assunto in fabbrica qualcuno che abbia un grado di parentela anche lontano con un esponente di un qualsivoglia clan mafioso e la frittata è fatta. L’interdittiva, su semplice segnalazione amministrativa o di pubblica sicurezza alla prefettura, scatta in automatico, senza contraddittorio, e l’azienda e l’imprenditore che ne vengano colpiti, anche in assenza di qualsivoglia inchiesta penale che li riguardi, a quel punto sono già morti o quasi.

Ne sa qualcosa Rocco Greco, l’imprenditore di Gela che aveva denunciato il racket e che era stato a sua volta oggetto di ritorsione calunniosa da parte di esponenti del medesimo. Con il risultato, burocratico e in automatico, di vedersi applicare la misura dell’interdittiva ai danni della propria azienda. Senza possibilità di difendersi. Come è noto la vicenda per lui si è risolta tragicamente: con il suicidio.

Ma questo caso non è l’unico e forse neanche l’ultimo. Perché la vicenda delle interdittive antimafia, iniziata nel lontano 1994 con la legge delega numero 47 del 17 gennaio di quell’anno, è quella che si definisce una “vexata quaestio”. Pare che si trattasse di una norma totalmente anti burocratica che si proponeva di sostituire i vecchi certificati antimafia con provvedimenti ad hoc per classi di fatturato.

Poi ci mise mani la Commissione giustizia della Camera che mise le premesse per l’attuale caos ampliando a dismisura il potere dei prefetti e dell’allora Alto commissariato per la lotta alla criminalità organizzata. Oggi, dopo le modifiche apportate dal decreto legislativo 159 del 2011, gli imprenditori (di un’economia praticamente in ginocchio) del Sud d’Italia chiedono una semplice modifica: l’interdittiva prefettizia dovrebbe essere configurata come provvedimento “anticipatorio e servente” rispetto ad una vera e propria misura di prevenzione. Il provvedimento del prefetto si dovrebbe configurare come una semplice “sospensione” della stipula di contratti e dell’erogazione di finanziamenti pubblici, nella prospettiva dell’applicazione di una misura di prevenzione quale, ad esempio, la nomina di amministratore giudiziario .

Se poi la misura di prevenzione non venisse, viceversa, richiesta entro un termine ragionevolmente breve, ovvero venisse respinta, l’informazione interdittiva dovrebbe perdere di efficacia ex tunc. Cioè retroattivamente. Un concetto semplice, ma dal 2011 a oggi nessuno ci ha pensato. Così capita che la maggior parte di queste interdittive restino fini a se stesse: nessun processo ma neanche alcuna misura di prevenzione richiesta. Semplicemente l’azienda viene sfilata al proprietario (che non la rivedrà mai più come era prima della interdittiva) e i dipendenti vanno tutti prima in cassa integrazione e poi direttamente a casa.

Con ricadute pazzesche dal punto di vista sociale. E con il risultato di fare un enorme favore proprio a quella criminalità organizzata che si pretende di combattere con questi metodi a metà tra il burocratico e il giustizialista. I dati in possesso della Dia, che vanno però tarati come sopra, parlano per il primo semestre del 2018 di 28 casi per la Campania, 21 per la Puglia, 2 per la Basilicata, 87 per la Calabria e 34 per la Sicilia. Su un totale di 241 per tutto il resto d’Italia.

Mentre per il secondo semestre del 2017 la Dia ne indicava 31 per la Campania, 27 per la Puglia, 3 per la Basilicata , 110 per la Calabria e 80 per la Sicilia, su un totale nazionale di 338. Mancano però i dati aggregati degli anni precedenti e mancano – come si ribadisce – quelli riferibili a soggetti mai finiti sotto inchiesta per mafia e nemmeno segnalati per possibili misure di prevenzione che di solito prevedono indizi molto seri di infiltrazioni mafiose nelle imprese.

Sono i dati che corrispondono alle vicende di tanti imprenditori a rischio suicidio come il povero Rocco Greco, finiti nel tritacarne per motivi vari. Compresa la ritorsione dei mafiosi denunciati dall’industriale sotto estorsione. O magari anche per avere assunto – in regioni come la Sicilia e la Calabria dove spesso si è “affini” di qualcuno senza neanche saperlo – operai con lontani gradi di parentela con un boss o presunto tale.

Qualcuno i dati li ha pubblicati ma non sono ufficiali. Vengono da notizie giornalistiche. Il “Dubbio” ad esempio parlava di 400 imprese dal 2011 al 2018 allontanate dai lavori pubblici. Solo in Sicilia. Dai siti dei tribunali amministrativi (Tar) emergono però realtà e numeri ancora più alti: duemila ricorsi tra il 2011 e il 2015 e circa 90 annullamenti l’anno. Ma in questo settore la trasparenza appartiene alle “varie ed eventuali” ed il condizionale è d’obbligo.

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Dimitri Buffa
Giornalista di lungo corso sempre in fase di gavetta esistenziale. Roma.

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