Le quindici eccellenze, o giù di lì (spesso il numero rimane anni incompleto perché i politici non si mettono d’accordo sulle nomine parlamentari), che compongono il collegio dei giudici costituzionali, si fanno da sole le leggi e i finti tagli di spesa. E lo fanno a propria immagine e somiglianza.

E, ancor prima della sacra carta che uscì dal Dopoguerra, hanno come faro delle proprie decisioni un principio che si colloca gerarchicamente persino al di sopra della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo: quello del “Cicero pro domo sua”.

In gergo magistratese ha due nomi: “autodichia”, ovvero piena autonomia, senza rendicontazione ad altri organi dello stato, delle proprie spese e delle proprie questioni interne (cause di lavoro comprese, cause penali escluse), e “autocrinia”, ovverosia il potere di farsi leggi a proprio uso e consumo.

Salvo sempre il diritto penale, grazie a Dio.

Ebbene ieri in una sola giornata la Consulta ha dato il meglio di sé in materia di auto referenzialità e dintorni.

Da una parte respingendo un ricorso dei dipendenti del Senato (altro organo insieme alla Camera, e alla stessa Corte costituzionale, dotato degli illimitati poteri che conferiscono quelle due magiche paroline che vengono dal greco antico) per conflitto di attribuzione dei poteri dello stato. Che poi si sostanziava negli asseriti comportamenti anti sindacali dei datori di lavoro di palazzo Madama.

Il tutto citando il potere di “autodichia” come stella polare di questo niet.

E, dall’altra, incassando senza battere ciglio i rilievi a dir poco velenosi e polemici di Roberto Perotti su lavoce.info secondo i quali la spending review interna della Consulta sarebbe con il trucco.

Perotti, per quei pochi che non lo ricordassero, è l’uomo di Matteo Renzi che per una brevissima stagione ha sostituito il ben più noto Carlo Cottarelli in quella pagliacciata che è stata la spending review.

Avere ribadito da parte dei giudici costituzionali che l’autodichia è sacra , come si evince dalla sentenza 262 di ieri che è andata in saccoccia (per non dire altro) ai dipendenti del Senato, dovrebbe forse mettere al riparo da eventuali approfondimenti mediatici.

Ma cosa aveva scritto Perotti in quell’articolo di così imbarazzante?

Vale la pena di riportare paro paro il periodo più divertente: “Si noti che l’intera riduzione della spesa avviene tra il 2013 e il 2014 per effetto di una drastica riduzione (8 milioni su 19) delle pensioni ai giudici e soprattutto ai dipendenti. Eppure non abbiamo avuto notizia di tagli alle pensioni della Corte, tantomeno di un dimezzamento: c’è qualcosa di sospetto. Infatti questa riduzione è esclusivamente il risultato di un cambiamento contabile: in realtà, come vedremo, le pensioni nette pagate dalla Corte sono aumentate!”

Più avanti nell’articolo Perotti spiega quale trucco sia stato usato: “La spesa totale per stipendi e per pensioni della Corte costituzionale, come per tutte le entità pubbliche, è di due tipi. La prima componente sono gli stipendi e le pensioni pagate: su questi il percettore paga delle tasse e degli oneri previdenziali, ritenuti direttamente dalla Corte. Queste tasse e questi oneri sono quindi uscite del bilancio della Corte, ma anche delle entrate; in altre parole, sono una partita di giro. La seconda componente sono le tasse e gli oneri previdenziali a carico della Corte. Anche questi sono sia una spesa che una entrata dello stato, cioè una partita di giro.”

Il titolo di questo sputtanante paragrafo parla da solo: “una sparizione contabile” .

In pratica i geni della Consulta hanno messo le voci che formano gli stipendi e le pensioni dei giudici che li hanno preceduti in due capitoli differenti, vendendone alla stampa solo uno: quello che faceva apparire tagliati gli emolumenti.

Magari un grillino di bocca buona ci sarebbe pure cascato.

Non Perotti. Che nell’articolo in questione picchia duro sulla Consulta.

Rimane scolpito nella roccia costituzionale che la Corte, come la Camera e il Senato, sono entità costituzionali di così grande rilievo che possono decidere da sole come amministrarsi.

E possono decidere da sole anche, al riparo della Corte dei conti, che norme darsi per fare credere agli italiani che anche da quelle parti sia passata la forbice della spending review.

Per essere più sicuri della permanenza futura di questo status quo si confezionano anche sentenze.

Potendo approfittare della circostanza che formalmente questi giudizi costituzionali riguardano altre entità dotate di autodichia e di autocrinia.

Fecero così anche con la tassa sulle super pensioni: diedero ragione ai giudici in toga pensando anche alle future, presenti e passate quiescenze che riguardavano lor signori.

Sia come sia, ci si deve mettere una pietra sopra alla questione di legittimità costituzionale di questi due istituti dell’”autodichia” e dell’”autocrinia”.

La cui etimologia significa rispettivamente auto giustizia, da “autos” e “dike”, e auto produzione, sempre da “autos” e “krinos” (radice greca che vuole dire anche secernere).

Da ieri i due concetti sono stati messi nelle tavole della legge. I supremi giudici hanno infatti sancito, una buona volta per tutte in una sentenza costituzionale (che parla ai dipendenti del Senato perché quelli della Camera e di palazzo della Consulta intendano), la loro sempiterna validità e la non discutibilità eventuale nel futuro.

Chiamali fessi!

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Dimitri Buffa
Giornalista di lungo corso sempre in fase di gavetta esistenziale. Roma.

1 commento

  1. Congratulazioni al giornalista Dimitri Buffa per l’articolo che, come direbbe Albert Londres, è una bella “girata di penna nella piaga”.

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