«Il Codice degli Appalti […] ha come ingredienti norme inapplicabili, devastanti per l’efficienza di cui il Paese ha bisogno». E ancora: «per salvare il Paese il problema non sono i fondi; è la burocrazia».

Non usa mezzi termini il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia occidentale, autore del libro “In mare controvento. Riflessioni di un manager pubblico”, nel quale denuncia le contraddizioni di un sistema contorto che ha alla base l’incapacità ormai cronica dell’Italia di far partire in tempi, anche solo accettabili o credibili, la costruzione delle nuove infrastrutture.

«Continuiamo a focalizzare l’attenzione sui fondi e sull’entità degli stanziamenti per le grandi infrastrutture – afferma Monti – sapendo perfettamente che il problema non è il denaro […] ma in quanto tempo prevediamo di spenderli questi fondi realizzando le opere. E riconoscendo che il Codice degli Appalti, scritto nella logica del sospetto e quasi di un’azione penale preventiva, è stato messo a punto su misura per non fare le opere. […] Ai commissari, ma anche alla macchina dello Stato – prosegue – devono essere conferiti poteri in deroga rispetto alle norme del Codice degli Appalti».

E prosegue: «il Codice degli Appalti con i suoi bizantinismi, con le sue garanzie incrociate, è uno splendido terreno di coltura proprio per la corruzione. Tagliamo via tutto: meccanismi di gara inconcepibili per un Paese moderno, potere di interdizione dei Tribunali amministrativi, Consiglio di Stato, procedure farraginose di verifiche incrociate, commissioni su commissioni. Basta. Il Paese è in emergenza? Senza infrastrutture muore? Comportiamoci di conseguenza. A chi decide, in primis ai commissari, va conferito un potere in deroga totale dal Codice degli Appalti»

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