Disastro plurimo colposo e lesioni personali colpose. Con queste pesantissime accuse Sergio Pirozzi – il deus ex machina di Amatrice oggi stampella di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio – è stato rinviato a giudizio dal gup del Tribunale di Rieti per il crollo, durante il terremoto del 24 agosto 2016, della palazzina ex Ina Casa, in piazza Augusto Sagnotti, in cui morirono sette persone. Insieme a Pirozzi andranno a processo (che comincerà il 6 febbraio 2020) altre cinque persone: il progettista e direttore dei lavori, Ivo Carloni, tre tecnici del Genio civile, Valerio Lucarelli, Giovanni Conti e Maurizio Scacchi (accusati di aver dato parere favorevole all’elaborato in presenza di palesi violazioni e di aver certificato un collaudo mai compiuto), e il comandante dei Vigili urbani di Amatrice, Gianfranco Salvatore.

“Sono sereno – le dichiarazioni di Pirozzi – perché ho sempre agito correttamente e lo dimostrerò. Quando alzi la voce con i potenti, tutto può succedere”.

Ma questa è sola la prima tegola giudiziaria che s’è abbattuta sullo “Scarpone”, che ora si trova a fare i conti con una doppia inchiesta giudiziaria. Il conto alla rovescia è finito. Il 15 ottobre è alle porte. Il giorno fatidico in cui il Tar si pronuncerà sui presunti brogli alle elezioni di Amatrice e l’eventualità di far tornare al voto il seggio numero 2, quello delle schede in accesso, delle matite in eccesso, della strana colite nel della presidente, dei certificati ballerini a vista.

Sergio Pirozzi si lecca le ferite ed è ora alle prese con un quadruplo salto mortale. Ricordiamo i salti: il primo, passando con lo Scarpone, armi e bagagli, da destra a sinistra, appoggiano e consentendo la vittoria regionale al dem Zingaretti. Il secondo salto: tornando nella “casa della madre” Giorgia Meloni. Come dire, a destra a livello nazionale, ma a sinistra nel Lazio. Una collocazione “duale” che non gli ha impedito un paio di settimane fa, causa un’impellente esigenza fisiologica, di continuare a puntellare e supportare Zingaretti (in occasione del consuntivo di bilancio), al quale, subito dopo la formazione del governo giallorosso, si era già rivolto per imploragli il posto di nuovo commissario del terremoto.

Terzo salto: adesso sembra in procinto di aderire a Italia viva di Renzi. Sempre nel nome di Amatrice, città da vendere e svendere secondo le sue esigenze professionali.

Il quarto, quello carpiato, gli è venuto male. Sperava in un proscioglimento e invece dovrà difendersi da accuse durissime.

Il sindaco Antonio Fontanella, dal canto suo, si prodiga in discorsi demagogici, fumosi, inconcludenti ad ogni occasione pubblica, ma non risponde nel concreto quando dovrebbe. Nei cassetti del Comune ci sono parecchie lettere scritte dai dirigenti del marchio De.Co, un’associazione che riunisce alcuni produttori di eccellenze locali, contenenti richieste importanti per il bene del territorio e della sua economia. Lettere alle quali non è stata data mai una risposta. Perché questo silenzio? Lesa maestà: la richiesta di varare una commissione finalizzata a dare e far rispettare regole certe. Proprio per evitare quello che Sassate ha scritto a proposito del “pecorino calabrese”. Prodotti venduti e confezionati come parto amatriciano e invece provenienti da Catanzaro.

Lesa maestà? Certo, al centro della pubblicità ingannevole, è stata la società del sindaco Fontanella (Sapori Amatriciani S.r.l.s.), quella che dopo il terremoto, a poche ore dai morti, ha cambiato per ragioni fiscali la propria sede da Roma ad Amatrice. Una veloce prova di lungimiranza e lucidità.

Ecco il motivo dello strano silenzio di oggi. Un sindaco non nuovo a perdite di memoria e molto bravo a sparigliare le carte aziendali di famiglia: dallo scandalo della cooperativa del latte gestita e diretta dalla moglie che riusciti a farla fallire ha danneggiato tutti i soci; cooperativa svenduta alla Grifo di Perugia, per poi riprendere tutti i negozi annessi, modificando la ragione sociale in “Amatrice in Tavola”, di cui A.D. è Costantino Fontanella, figlio di Antonio; fino all’ultra citata brutta vicenda del depuratore comunale di Casale Bucci, dove per anni, secondo le inchieste del Noe, sarebbero stati scaricati liquami industriali e percolato proveniente da altre regioni. Sempre nel silenzio.

E ancora: il Consiglio comunale amatriciano di lunedì scorso è stato all’insegna del sonno e della farsa. Ad esempio, fino alla gestione Palombini l’elenco degli aggregati pubblicato sul sito del Comune consentiva di vedere cromaticamente lo stato dell’arte delle pratiche. Verde, pratica approvata, blu in sospeso, arancione istruttoria aperta, grigio in attesa di integrazioni e gialla terminata. Con la gestione Fontanella è avvenuta la “magia dei colori”. E’ cambiato tutto, sono state prese in considerazione le “ultime” pratiche (risalenti in massima parte a ottobre e novembre 2018), che non sono “le nuove” pratiche, lasciando a bocca asciutta gli altri, nel pentolone dell’arancione e del blu. Una bella beffa se si pensa che dei 23 aggregati neo-approvati, ben 8 hanno comportato l’astensione di un consigliere di maggioranza. Il motivo? Più di un terzo degli aggregati approvati (verdi) sono di parenti o affini dei consiglieri di maggioranza: la lobby di Fontanella-Pirozzi.

E i Buonasorte-Moriconi? Tremano in attesa di martedì. Tutti al fianco di Pirozzi, quello che gli ha permesso di ottenere incarichi, lavori e privilegi. L’ultima ancora a cui aggrapparsi.

Ma ora siamo alla resa dei conti. Se Pirozzi va con Renzi o non risolve la questione con Fdi, perde la Commissione, di cui Roberto Buonasorte è capo segreteria. Se Fontanella va a casa, dovranno lasciare la Sae di Giulia. E se Pirozzi dovesse essere condannato, dovranno ritirarsi a vita privata.

(8 – continua)

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