La settimana appena trascorsa è stata sicuramente una delle peggiori per i capocci ed i sotto-capocci del “toppe mannaggement” della Produzione Tv Rai: il fiasco delle regie Over IP (costato decine di milioni di euro), la sentenza vinta dai precari dei service di produzione esterni (che giustamente si opponevano al bando di appalto che sviliva i fondamentali diritti dei lavoratori) e, per ultimo, il lungo blackout – di strutture gestite da RaiWay – delle trasmissioni di qualche giorno fa, blackout che dimostra la assenza di policy che garantiscano la continuità del servizio pubblico radiotelevisivo.

Ormai la storia della rappresentanza dei lavoratori Rai si misura in Avanti Laganà e Dopo Laganà. Ossia conferendo al “leader degli Indignati” eletto nel 2018 una sorta di ruolo messianico che riempie il vuoto pneumatico dei sindacalisti dell’ancient regime.

L’azione corrosiva, percussiva, irritante, debordiana e situazionista del consigliere – appoggiato dal sindacato autonomo Snater – è riuscita a scardinare quella narrazione che imponeva il ruolo di sempiterni mediatori ai vari ras sindacali e ai capetti delle varie associazioni professionali o di reparto.

L’irrompere di Laganà nel tempio della rappresentanza dei lavoratori, il suo rivoltare i banchetti dei cambiavalute/cambiatessere sindacali che per anni hanno pilotato importanti carriere per se stessi e per i loro fidi amichetti, ha profondamente cambiato il modus pensandi dei lavoratori Rai soprattutto in Produzione.

Nessuno dice più “parlo cor Ciccione, cor Cinghiale, co Babbo Natale”, i soprannomi di sindacalisti, ma oggi quasi tutti dicono “scrivo a Riccardo Laganà” conferendo allo stesso una sorta di superiore autorevolezza che i vecchi marpioni sindacali col tempo hanno visto scemare ed erodersi a causa della loro contiguità col mondo di mezzo rappresentato dai medio-bassi livelli del “mannaggement” aziendale.

Quel medio “mannaggement” è sempre lì da secoli, non cambia mai. Al suo interno si annidano pericolose e torbide contiguità coi “fatturi” locali di alcuni sindacati ed associazioni di mestiere o di reparto; insomma quel mondo di mezzo in cui le dinamiche relazionali non sono molto dissimili da quelle del mondo agreste di alcune regioni meridionali dell’Italia post-unitaria della seconda metà dell’Ottocento, in cui il ruolo di mediazione dei “fatturi” era determinante per far rispettare le volontà dei “patruni”.

Ormai la situazione nei quattro centri di Produzione Rai è quasi al collasso: Torino, Milano e Napoli soffrono di un cronico sotto-organico e di una forte arretratezza tecnologica dovuta ai mancati investimenti degli ultimi anni; la situazione romana è sotto gli occhi di tutti, è lì che gli errori strategici hanno avuto l’impatto peggiore.

Molti studi di ripresa e molte regie mobili vanno ancora avanti con la tecnologia di fine anni ’90, molti lavoratori si chiedono dove sono andate a finire le colossali risorse investite negli ultimi dieci anni se ancora ci si deve barcamenare con reperti archeologici riesumati dai polverosi magazzini Rai, reperti che erano in via di dismissione ma che oggi sono fondamentali per mandare avanti la baracca poiché le astronavi promesse dall’ingegnere sono rimaste solo promesse …. da astro-marinaio.

Per questo qualche lavoratore, che ancora ama il suo lavoro, suggerisce l’idea di quotare in borsa la Produzione Rai con un’operazione simile a RaiWay che, mantenendo comunque il controllo pubblico e l’impossibilità di scalate ostili, reperisca sul mercato importanti risorse economiche per effettuare quegli investimenti strategici nei quattro centri di Produzione e ne garantisca il rilancio, magari internalizzando tutti quei lavoratori che oggi lavorano – ai limiti del mero sfruttamento – nei service esterni con condizioni di lavoro assurde e indegne.

Aspettiamo la prossima mossa del Consigliere Corsaro Laganà.

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Inviata (e infiltrata) speciale nelle situazioni più “scottanti”. Le sue inchieste ruotano principalmente intorno alla Rai e compagnia (poco) bella.

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