di Fulvia Colombo

E’ questa la considerazione gattopardesca con cui potremmo definire la Rai di oggi. In questi tempi di pandemia da coronavirus, dove il pubblico è costretto a restare nelle proprie case, si ritrova a guardare la Tv, non più come mezzo di compagnia alternativa ad un film da vedere al cinema o una partita al pub sotto casa con gli amici di sempre: mai come adesso, è diventata un mezzo fondamentale per veicolare tutte le informazioni dal mondo, a proteggerci dalle fake news, a ricevere le direttive del governo con i discorsi del premier Conte, e usufruire finalmente di quello schermo piatto, usato a mo’ di soprammobile moderno, che avevamo dimenticato per guardare le nostre serie preferite su Netflix e Amazon Prime Video. Sono in tanti, oggi, a parlare della funzione del servizio pubblico: lo ha fatto in una lettera il regista Pupi Avati parlando di cultura, ma bisogna ricordare che secondo i dati Istat l’88,9 % dei cittadini sopra i 6 anni non ha ascoltato un concerto di musica classica, non ha visitato mostre o musei, o  non ha mai letto un libro. Bisognerebbe dunque educare il pubblico e fare servizio pubblico senza rincorrere gli obiettivi commerciali della concorrenza come Mediaset o La7, con una guerra a colpi di share di o programmi tutti uguali che rasentino il trash.

Oggi, in una intervista al “Sole 24 ore”, Fabrizio Salini dichiara le perdite che la Rai si troverà ad affrontare, in primis con la mancata realizzazione del piano industriale e poi con le Olimpiadi di Tokyo rimandate al 2021: una stima di oltre 40 milioni di euro in meno in bilancio. Come affrontare allora questa crisi? Il problema non è quello di cercare il problema fuori dalla Rai, ma dentro. Lo sostengono tutti coloro che conoscono molto bene quest’azienda, rimanendo sempre ai margini, vedendo i mediocri far carriera grazie a clientelismi di natura politica, e vedendola soffrire di quel “cancro” di cui, purtroppo, non riesce a guarire. Fra un anno cambierà nuovamente il CdA, nuovi membri entreranno in quota ai partiti di maggioranza e probabilmente avremo anche delle nuove elezioni che a loro volta influenzeranno la più grande azienda editoriale europea: un colosso di oltre 12.000 dipendenti. Vi starete chiedendo: serviranno? Forse no. Ma si dovrebbe aggiungere che il lavoro di un dipendente viene spesso svolto da un collaboratore inquadrato come consulente, e che quello di un dirigente nullafacente viene sopperito da chi ha delle vere competenze. E tutto questo viene riconosciuto? No.

Né da chi dall’alto si inventa un farlocco job posting, né dal basso a cui non viene dato il giusto livello, la mansione o una semplice gratifica. Apprendiamo, addirittura, che 191 giornalisti risultati idonei ad un concorso a quiz (dove il premio in palio era il posto fisso) inseriti in una graduatoria scaduta da oltre tre anni, e non valida dopo ben due ricorsi al TAR, vorrebbero essere assunti ora da Mamma Rai, mentre 327 giornalisti che hanno fatto domanda di stabilizzazione dopo 20 anni di lavoro precario, non hanno più notizie a  riguardo, nonostante una sentenza shock vinta in Cassazione dall’avv. Iacovino che ha obbligato la RAI a versare 1 milione di euro al giornalista Bianchi.

E poi ci sono altre 200 Partite Iva, in procinto di diventare interni,  adesso bloccati dall’emergenza Covid-19,  i cui contratti sono stati congelati e dunque non verranno neanche pagati. I più fortunati attenderanno un premio di consolazione di 600 euro dall’INPS, sempre che siano riusciti ad accedere al sito. Oltre il danno, la beffa. Perché, ci chiediamo, il campione europeo di pilotaggio droni si ritrova a fare l’impiegato amministrativo? Perché un vincitore di numerosi premi di regia per cortometraggi deve umiliarsi e abbassarsi a fare l’assistente di qualcun altro senza la possibilità di firmare i suoi stessi servizi? Perché una persona che ha conseguito la terza media, che compie numerosi errori grammaticali, si ritrova a fare il capoufficio stampa di una rete senza essere neanche giornalista? Perché un cameraman o un ispettore di studio si ritrova a fare il vicedirettore o il funzionario grazie ad un impuro lecchinaggio crumiro?

Perché le fatture dei collaboratori vengono pagate in ritardo per colpa di chi non conosce il sistema SAP? Perché un autore bravo viene sbattuto nei magazzini di Saxa Rubra quando cambia il vento di una bandiera di partito? E perché quello scarso (magari stra-pagato) redige i copioni dagli articoli di giornali senza neanche menzionare l’autore principale (magari pagato 5 euro per quel pezzo)? Perché un portaborse o un autista, o l’amante di un politico di spessore, si ritrova oggi a fare il capostruttura o a dirigere l’azienda del servizio pubblico italiano?

Potremmo continuare ancora, ma queste considerazioni sono soltanto uno sfogo per chi lamenta il sistema televisivo italiano che è esattamente lo specchio di questo Paese. Abbiamo la fortuna, invece, di avere da poco un direttore di Rai1, Stefano Coletta, che è stato un precario Rai per 16 anni, uomo di profonda cultura, arrivato ai vertici grazie alla semplice meritocrazia. La sua. E anche Rai2 con Di Meo (anche lui con una lunga esperienza e gavetta alle spalle )  è destinata ad allargare la sua platea dopo la deludente esperienza frecceriana, così come Rai3 con la direttrice Silvia Calandrelli, si difende molto bene: programmi di inchiesta e informazione come Presa Diretta, Report, o di apprendimento culturale come Lessico Civile e Familiare di Recalcati,  o di intrattenimento sono un fiore all’occhiello del servizio pubblico italiano.

Sembrerebbe una favola dei giorni nostri,  in questa Italia che ci vede uniti nella paura e nella difficoltà. Enzo Biagi diceva che: “il popolo italiano si vede nei momenti del bisogno”. Abbiamo grandi menti, di uomini e donne coraggiose e volenterose che questo Paese lo hanno davvero cambiato in passato.  Stiamo vivendo un presente complicato e tormentato, ma abbiamo anche il grande pregio di poter scriverne insieme il nostro futuro e cambiarne il finale: Cambiare TUTTO affinché TUTTO cambi.

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1 commento

  1. La Rai deve accelerare il concorso per i 250 giornalisti e per i 150 programmisti registi.
    Anzi dovrebbe stabilizzare tutti i precari a partita Iva che di fatto svolgono tutti i giorni lo stesso lavoro dei dipendenti interni!!!

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