Della presidenza Rai, a meno di improbabili colpi di scena, se ne tornerà a parlare in settembre. Idem, quindi, anche per le nomine di Corporate, reti e TG. Forse, potrebbe perfino essere un bene. Perché così si eviteranno scelte frettolose.

Certo è che la situazione si è fatta bella ingarbugliata e l’agonia di Forza Italia non aiuta a districarla. Bisognerà vedere se alla fine avrà la meglio la linea intransigente di Tajani o quella trattativista di Toti. Non è un caso, infatti, che accanto al presidente del Parlamento Europeo, il più fiero sostenitore della  “linea dura” sia proprio la “colomba” per eccellenza, cioè Letta; cioè chi si è sempre occupato del capitolo nomine per conto di Berlusconi.
Ecco, appunto, le nomine. Non solo quelle riguardanti viale Mazzini, ma soprattutto le altre, la specialità dell’ex-sottosegretario di Palazzo Chigi per consolidare il potere di sottogoverno del fondatore di Forza Italia. Il nuovo esecutivo ha azzerato il peso contrattuale di Letta e in momento di crisi come questo, con la transumanza dei berlusconiani verso la Lega (massiccia) e Fratelli d’Italia (più contenuta, ma ugualmente considerevole a livello di amministratori locali), c’è l’assoluta necessità di bloccare l’emorragia con una buona dose di poltrone di prima e seconda fila. Pena l’azzeramento definitivo del partito.

Solo così si spiega il dietro-front imposto al Cav due giorni fa da Tajani-Letta-Gelmini-Bernini dopo la promessa del via libera a Foa presidente della Rai sottoscritta con Salvini. Per le 17 si attendeva il comunicato ufficiale del “si”, un’ora dopo e’ arrivata invece la conferma del “no”.

Ma sullo sfondo, c’è anche dell’altro. Non è più un mistero per nessuno che all’interno di Forza Italia si fronteggino due linee politiche inconciliabili tra loro: quella del vice voluto da Berlusconi, vale a dire lo stesso Tajani e quella del presidente della Liguria ed ex-consigliere politico, Toti, da sempre schierato per tenere in piedi ad ogni costo l’alleanza con il leader della Lega e la Meloni. Dopo le vacanze, si saprà chi avrà avuto la meglio. E la Rai, come al solito, sarà la cartina di tornasole.

Se arriverà, seppure tardivamente, l’ok a Foa presidente, vorrà dire che il realismo di Berlusconi avrà avuto la meglio sull’intransigenza di una dirigenza politica di FI che in fondo il Cav disprezza. Se invece il no resterà valido, allora sarà l’intero centrodestra ad intonare il “De profundis” per l’alleanza vincente il 4 marzo.

C’è poi una terza eventualità. La rinuncia di Foa, concordata o meno con Salvini, a restare nel CdA Rai come semplice consigliere (ci sarebbe anche un problema retributivo, 240mila euro contro 70mila). Il che aprirebbe la strada ad un nuovo candidato-presidente, concertato questa volta con FI. Sempre che, come peraltro suggerito dalla Meloni, il leader della Lega non preferisca puntare sul giovane consigliere  già in CdA, De Biasio, o sullo stesso “sovranista” rappresentante di FdI, Rossi, che oltretutto è stato eletto proprio con i voti dei deputati di Forza Italia. Cosa avrebbero da obiettare, in questo caso, i berlusconiani?

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Guido Paglia
Classe 1947, romano, è giornalista professionista dal 1973. Ha ricoperto l'incarico di Vicedirettore e Capo della Redazione Romana del Giornale durante la direzione di Indro Montanelli e di Direttore della Comunicazione del Gruppo Cirio-Del Monte e della Lazio Calcio con Sergio Cragnotti. Dal 2002 al 2012 ha lavorato in Rai come Direttore Comunicazione, Relazioni Esterne e Rapporti Istituzionali.

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