Negli ultimi tempi dal fronte Rai arrivano notizie allarmanti. Si parla di stime che indicano un bilancio in perdita di circa 65 milioni di euro per il 2020, 210 milioni per il 2021 e 220 per il 2022. Una situazione disastrosa con un passivo tendenziale sul triennio 2020-2023 di quasi mezzo miliardo di euro. E non ci sono speranze di compensare attraverso gli introiti pubblicitari che sono previsti in forte contrazione, vista la crisi economica post Covid.

Per la concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo è anche crisi di ascolti. Dai ruggenti anni in cui lo share viaggiava sopra al 40 percento come intero gruppo di reti, oggi ci sono giorni in cui lo share rimane di poco superiore al 30 percento, con una media annuale comunque che si attesta ancora intorno al 35/36 percento.

E non è certo colpa dei lavoratori, che danno il massimo e hanno un forte senso del dovere e di appartenenza aziendale. Un po’ meno, invece, lo dimostrano parecchi dirigenti che nell’ultimo decennio hanno inanellato un errore dopo l’altro.

Il senso del dovere è fortemente sentito da tutte le realtà editoriali che compongono la galassia Rai, ma si attenua fortemente se si entra nella Direzione Produzione, cioè nel regno del Capoccione, l’ingegner Cecatto, ormai dominus incontrastato della Produzione televisiva pubblica dal lontano maggio 2013 (ma per lui la regola della rotazione dopo otto anni non vale?) 

Lunga navigazione d’altura quella di Cecatto, dai circoli di Alleanza Nazionale nei primi anni Duemila, poi gli innamoramenti gubitosiani e renziani e in seguito i brevi bivacchi ai margini della corte leghista trionfante per arrivare a quella grillina dell’attuale Ad.

La squadra del Capoccione Cecatto è sempre mutevole. Alla vecchia volpe ecumenica di stretta osservanza berlusconiana di Stefano Balzola, si sono attualmente affiancati come vicedirettori Andrea Sallustio, detto il “barista” perché più volte citato nella requisitoria di Mafia Capitale per le telefonate con l’amico di Carminati che gestiva i bar della Rai e legatissimo all’attuale presidente dell’Associazione dei dirigenti Rai Luigi Meloni; e Marco Cunsolo, detto “garibaldino” nel senso che è amico di Iva Garibaldi, ex portavoce di Salvini.

La coppia Sallustio-Meloni ebbe molto a soffrire negli ultimi mesi del regno di Gubitosi, ma oggi è “ricicciata” alla grandissima. Meloni, purtroppo per lui, è gerarchicamente sottoposto al suo nemico Alessandro Zucca. E’ stato pure eletto presidente dell’associazione dirigenti Rai poche settimane fa, grazie ai voti dell’eterno partito Rai, controllato dalla sinistra.

La Direzione Produzione dovrà affrontare le nuove sfide dei prossimi anni, sfide che partono dalle fortissime carenze dovute alla grave obsolescenza dei quattro centri di Centri di Produzione Rai: Roma, Milano, Napoli, Torino. Non ci sono ancora regie in vero Full HD, ma solo qualcuna in modalità 1080 interlacciata, nei fatti un HD dei poveri quando i principali competitor viaggiano già comodamente in 4K e a breve in 8K.

Il Centro di Produzione di Roma è il simbolo di tutti gli errori compiuti dalle varie dirigenze della Rai nell’ultimo decennio: inchieste giudiziarie, macroscopici errori progettuali e tecnologici hanno macchiato indelebilmente quello che decenni addietro era un fiore all’occhiello a livello mondiale, basti ricordare che nel 1990 dal Centro Televisivo di Roma fu sperimentata la prima trasmissione in alta definizione al livello mondiale.

Il Centro di Produzione Nomentano Dear Film – ora dedicato a Fabrizio Frizzi – è un caso emblematico di mala gestione dei soldi pubblici: acquistato alla mostruosa e sopravvalutata cifra di 50,5 milioni di euro nel 2011, dopo poco meno di tre anni (inizio 2014) fu oggetto di una prescrizione dei Vigili del Fuoco che ne imponeva il fermo produttivo, durato tre anni, e l’adeguamento alla norme di legge in materia di sicurezza e antincendio.

La questione gravò per decine di milioni di euro per il solo adeguamento alle norme di legge e di un’altra decina per l’affitto triennale egli studi di Cinecittà, ove furono trasferite le produzioni che si svolgevano presso gli Studi Nomentano Dear (chiusi tre anni, da primavera 2014 a primavera 2017).

A questa colossale debacle si deve sommare il mega flop (vari milioni di euro buttati), nel 2018, delle workstation di montaggio della ditta Olidata, poi fallita, e il rovinoso progetto, nel 2019, delle due regie televisive in alta definizione IP (8-10 milioni), una a Saxa Rubra e una al Centro Nomentano. Giochetti che sono costati alle tasche dei contribuenti quasi 100 milioni di euro.

Il Centro di Produzione di Roma fu oggetto pochi anni fa di una clamorosa inchiesta – inizio giugno 2015 – che scoperchiò un imponente malaffare, tangenti e mazzette, dai capi supremi a scendere ; ci furono vari licenziamenti e allontanamenti “volontari” di alcuni personaggi coinvolti.

A Milano la produzione Rai sta ancora cercando un centro di gravità permanente per fissare le idee, a Torino il palazzo pieno di amianto di via Cernaia non lo compra nessuno, fra un po’ la Rai dovrà pagare qualcuno per farglielo accollare. Lo stesso dicasi per la sede centrale di viale Mazzini, piena di amianto anch’essa.

A Venezia si attende ancora qualche emiro che rilevi Palazzo Labia, attualmente Sede Rai, per due o trecento milioni di euro, cosi da ripianare i bilanci in rosso per i prossimi anni.

RaiWay invece fra qualche anno varrà solo il peso del ferro dei tralicci che possiede dato che i maggiori player di contenuti non possiedono l’infrastruttura di diffusione, scelta vincente poiché la fibra ottica sta arrivando anche nei piccoli centri con costi ridotti di poche decine di euro al mese.

Oggi una luce sembra sorgere nell’operato del consigliere e leader degli “Indignati RAI”, Riccardo Laganà, che sta operando una fortissima operazione di richiamo all’etica di ispirazione al bene comune.

Laganà ha chiesto dei severissimi provvedimenti disciplinari nei confronti di quei dipendenti che nel dicembre 2019 sono stati coinvolti nella storia delle fatture farlocche in alcuni hotel sanremesi, vicenda scoperchiata dalle indagini della Magistratura e della Guardia di Finanza. Ma fino ad oggi non se n’è vista l’ombra.

Vicini a Laganà sono riconducibili alcuni dirigenti e funzionari come Ubaldo Toni, Paolo Favale ed Emidio Grottola. Favale, dopo un contestato licenziamento subito nel 2015, diede vita a un contenzioso legale che lo ha reintegrato in Rai ed ora è nello staff del Centro di Produzione di Roma.

Ubaldo Toni, dopo un’ingiusta accusa di fatture farlocche in Somalia nel 1994, per la quale fu poi completamente scagionato, è uno dei dirigenti di punta delle strategie tecnologiche Rai. Chiamato a recuperare i danni fatti dalle scellerate scelte della Direzione Produzione, alla quale è stato finalmente tolto quel settore.

Importante anche il ruolo del consigliere Laganà nel far approvare, supportando l’Usigrai, la stabilizzazione di 240 giornalisti per il famoso “giusto contratto”. Stabilizzazione in cui sono ricompresi anche una decina di tecnici della ripresa di RaiNews24, che dopo tante tribolazioni, sono stati riconosciuti come veri e propri giornalisti.

Ma Laganà pensa anche al futuro. Eletto con il supporto determinante del sindacato autonomo Snater, vedrà il  suo mandato in cda scadere nella prossima primavera con l’approvazione del bilancio. Per lui si parla di un ruolo nello staff della dirigente Risorse Umane della Produzione, Chiara Vidoni. Un ruolo inerente il settore della formazione, che nella Direzione Produzione coinvolge quasi 5000 persone in tutta Italia.

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Inviata (e infiltrata) speciale nelle situazioni più “scottanti”. Le sue inchieste ruotano principalmente intorno alla Rai e compagnia (poco) bella.

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