Sui media, secondo una regia un po’ sospetta, è partita la grancassa per dotare le forze dell’ordine dei famosi taser, le pistole che invece di sparare proiettili emettono scariche elettriche capaci di rendere inoffensivi i violenti durante gli scontri di piazza: servizi ed interviste in TV di aspiranti fornitori che non risultano aver vinto gare, articoli che esaltano l’innovazione e annunciano sperimentazioni e addestramenti quantomeno frettolosi.

Tutto regolare? Non proprio. Perché, tanto per cominciare, non solo non è stata coinvolta la CONSIP, cioè la centrale per gli acquisti di prodotti destinati alle amministrazioni pubbliche, ma si sta procedendo secondo una procedura piuttosto superficiale. Talmente superficiale che si rischia di acquistare un lotto da 80.000 pezzi per un taser a doppia scarica, quando sul mercato – per di più al sostanziale medesimo prezzo (tra i 500 ed i 700 euro) – esistono già quelli in grado di farne partire cinque.

E non si tratta di voler far scegliere armi più pericolose o addirittura letali, ma semplicemente di dotare polizia e carabinieri di dispositivi in grado, di fronte a criminali e dimostranti violenti, ma ben equipaggiati con spessi giubbotti invernali, di portare a termine con successo  eventuali corpo a corpo.

L’ANAC di Cantone, almeno per il momento, studia la situazione a distanza e a fari spenti. Ma potrebbe muoversi ufficialmente a breve, soprattutto in presenza di esposti da parte di fornitori che si ritengano ingiustamente esclusi dalla competizione.

Dal Viminale, tuttavia, fanno sapere che le procedure fin qui seguite sono del tutto lecite e regolari. E che la ricerca di offerte senza passare per una vera e propria gara, è stata dettata soltanto da motivi d’urgenza ampiamente dimostrabili.

Sarà vero? Il dubbio è più che legittimo visto che nel 2001 tre alti dirigenti del ministero dell’Interno – un viceprefetto, un dirigente della polizia amministrativa e un alto funzionario del Ministero –  furono arrestati a Roma per corruzione in un’inchiesta della Procura di Milano. Secondo gli inquirenti avrebbero ricevuto “regali” e chiesto 750 milioni per favorire, appunto, la commercializzazione in Italia di una pistola elettrica di produzione americana. (leggi qui)

L’inchiesta all’epoca fu condotta dal sostituto procuratore di Milano Paolo Ielo, oggi procuratore aggiunto a Roma a capo del dipartimento reati contro la Pubblica amministrazione. Quantomeno parte avvantaggiato, visto che sa già di che si tratta.

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Inviata (e infiltrata) speciale nelle situazioni più “scottanti”. Le sue inchieste ruotano principalmente intorno alla Rai e compagnia (poco) bella.

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