Il Decreto Sicurezza bis è Legge dello Stato. Approvata con i voti di Lega e Movimento 5Stelle, la Legge difenderà i nostri confini, rimetterà al proprio posto quei “cattivoni” delle ONG, tutelerà i nostri poliziotti dalle risse durante le manifestazioni sportive, mostrerà il pugno duro contro quei tifosi facinorosi e aizzatori di odio negli stadi e ci garantirà pace, sicurezza e tranquillità.

Peccato che tutto questo sia fuori da ogni realtà e che i 5 Stelle, nella loro spasmodica e frenetica voglia di raccontare ai parenti che hanno un lavoro sul quale fare ancora affidamento, hanno perso l’ennesima briciola di “onestà” che gli era rimasta. Almeno sulla carta perché, nei fatti, l’hanno persa già da un pezzo. L’hanno persa quando il loro leader, Luigi Di Maio, ha barattato gli “ideali” del suo partito per uno scranno in Parlamento, quando si è inventato la favoletta del mandato 2+0=3, mostrando di essere, non solo deficitario in matematica (e ci dispiace, Ministro e Vicepremier, ma ai corsi di recupero di settembre non può essere ammesso), ma anche di essere figlio di quella Prima Repubblica che dai palchi – insieme al suo guru, Beppe Grillo – urlava di voler abolire.

Infatti, siamo nella Terza di Repubblica animata da maschere beckettiane che si muovono senza copione su scenari disadorni. Completamente alla deriva, vittime della propria presunzione di intelligenza.

Ma veniamo al nocciolo della questione: il Decreto Sicurezza bis. Avete letto bene! Tra i provvedimenti della Legge miracolosa non è stata citata l’Operazione “Strade Sicure”. Non è una nostra svista. Statene pur certi. Non ce ne siamo dimenticati, semplicemente, all’interno dei 18 articoli di cui si compone la Legge, non c’è.

In una nota, il Co.Ce.R. Esercito ha fatto presente tutta la propria indignazione, rimarcando come il «personale dell’Esercito, che oggi con oltre 7.500 militari garantisce la sicurezza del Paese con l’Operazione Strade Sicure, viene completamente dimenticato nel tanto propagandato Decreto Sicurezza bis».

E ancora: «Non una parola o un euro per chi ogni giorno, con elevatissima professionalità, contribuisce in maniera fondamentale alla sicurezza dei cittadini sulle strade, tra la gente e per la gente».

Un rapporto, quello tra il Governo e i militari della Forza Armata che pare essersi incrinato, reputandoli «manovalanza a basso costo», senza avere alcun «rispetto che si deve a chi opera per mesi lontano dagli affetti più cari, affinché la vile mano terroristica, che tante vittime ha mietuto nei Paesi europei, non colpisca la nostra amata Patria».

Inevitabile le dovute conclusioni: «Se la politica ritiene che la sicurezza dei cittadini possa fare a meno dell’Esercito per contrastare la minaccia terroristica sul territorio nazionale, ponga immediatamente termine all’Operazione Strade Sicure».

Al fianco dei militari si è schierato il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «Ha ragione la Rappresentanza del Cocer Esercito quando parla dell’Operazione Strade Sicure come di manovalanza a basso costo. Nel corso della dichiarazione di voto di Forza Italia sulla fiducia al Decreto Sicurezza bis avevo richiamato il Governo all’assenza, nel provvedimento, di adeguate risorse per l’intero comparto e, nello specifico, avevo chiesto più attenzione per chi ogni giorno presta servizio per la nostra sicurezza sulle strade italiane.

Questo non è accaduto ed oggi donne ed uomini in divisa si indignano per l’ennesima volta di fronte alle mancate risposte di un Governo totalmente assente. Siamo come sempre dalla loro parte e continueremo a difenderli e a chiedere maggiore dignità e rispetto per loro e per tutti gli appartenenti al comparto sicurezza-difesa e soccorso pubblico».

Eppure il Ministro dell’Interno è sempre così prodigo di complimenti nei confronti degli uomini in divisa, così innamorato dei fedeli servitori della Patria tanto da indossare le loro divise. Quella della Polizia, dell’Eserc…ah, no. Quella no. Perché lui non è il capo.

Non è che niente niente dietro questa manovra si nasconde una specie di rivalsa nei confronti del Ministro della Difesa, dott.ssa Elisabetta Trenta, che più di una volta ha mostrato di saper tenere testa al “Capitano”, difendendo i “suoi” militari, riportando nei ranghi il Ministro Salvini anche nel recente scontro tra Viminale e Difesa circa gli sbarchi dei migranti?

Se così fosse, sarebbe una cosa gravissima, come lo sarebbe non voler investire denari in un’Operazione sbandierata ai quattro venti e ritenuta fondamentale per la sicurezza degli italiani che il Ministro considera come figli suoi. Ma sono tutte supposizioni le nostre. Deliri di un’estate afosa. Sarà senza dubbio il caldo a farci fare questi assurdi pensieri e ad essere così sfacciatamente maliziosi.

Eppure alcuni dubbi ci sorgono. Sì, perché in quella Legge c’è proprio di tutto, compresi i pieni poteri ad un Ministro dell’Interno, e non delle Infrastrutture, di decidere e disporre della vita dei migranti che vengono lasciati a mollo nel Mediterraneo a seconda dei capricci del Ministro, impegnato in qualche sagra di paese o peggio ancora a fare il Dj attempato al Papeete Beach, occupato a far risuonare l’inno di Mameli in versione remix tra cubiste in costumini adamitici, maschi villosi muniti di birra e rutto libero ed orde di nerboruti esseri umani che sotto il solleone abbandonano ogni parvenza di inibizione e si lanciano in quella che è l’apoteosi dell’estate cafona.

Da una giaculatoria in lode alla Vergine Maria all’atmosfera alla Sodoma e Gomorra, il passo è breve. Ed è proprio il siparietto andato in scena a Milano Marittima a non essere andato giù ai vertici dell’Esercito. Il primo a manifestare il proprio sdegno è stato il Generale di Brigata, Francesco Maria Ceravolo, il quale al momento ricopre il ruolo di Presidente del Cocer Difesa, sottolineando come l’Inno nazionale vada fatto risuonare «in determinate circostanze ben previste dal protocollo» e, in primis, «con il dovuto atteggiamento». Gli fa eco il tenente colonnello Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare per essere stato ferito durante una missione in Somalia nel 1993.

«Certe scene disturbano e io non avrei permesso mai una cosa del genere», rimarcando di credere fermamente nelle «parole scritte nell’Inno» che non può essere considerato solo come la «classica strofa che si canta prima dell’inizio di una partita di calcio».

Un Inno ricco di simboli, di sangue versato per la Patria, di valori. In ultimo, l’ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Mario Arpino che si è detto meravigliato di tutto fuorché «di Salvini. Ci ha abituato a colpi di scena che al popolo piacciono e possiamo aspettarci tutto da qui alle elezioni che secondo me non ci saranno e lui lo sa».

Ed è vero! Basti pensare ai poliziotti che fanno da baby sitter al figlio del Ministro Salvini che se ne va in giro in moto d’acqua come se niente fosse, alle mancate risoluzioni circa il tavolo di concertazione per il rinnovo contrattuale del personale della Forza Armata (ora aggiornato a settembre), alla mancanza di rispetto nei confronti degli uomini in divisa con l’ennesima beffa di Strade Sicure.

E se glielo fai notare, al caro Ministro, ti becchi pure di essere un radical chic: espressione inflazionata ed abusata con la tendenza, molto spesso, a confonderla con la volontà di avere un quadro chiaro della situazione. Ma mi rendo conto che è meglio gettare fumo negli occhi, buttarla in caciara e metterci di mezzo gli immigrati e qualche click si raccatta sempre. Ah, dimenticavo: le foto dei gattini. Quelli inteneriscono chiunque, anche i killer seriali.

È giunto ormai il tempo dei fatti e non dei tweet. Il comparto militare non può e non deve accettare questa situazione, queste ingiustizie, questa palese presa in giro. Deve alzare la testa, come è abituato a fare, afferrare a mani strette il proprio destino ed esserne il solo padrone.

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1 commento

  1. Perché non criticate il creatore di questo decreto sicurezza bis, cioè il ministro dell’interno Salvini. Invece di criticare Di Maio. Mi sa che siete un po di parte

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